Fare città attraverso il conflitto. Attualità e prospettive della partecipazione sociale in ambito urbano

2022 | Criticity | Saggio | Tracce Urbane


Tratto da TRACCE URBANE n° 12, OSSERVATORIO – “Sguardi critici sulla rigenerazione urbana dal basso. Pratiche, retoriche ed effetti di cambiamento per un'alternativa di città”

Crisi pandemica e attivazione civica

Durante la fase a maggior intensità dell'emergenza pandemica sono emersi svariati aspetti legati al tema dell'attivismo civico, della sociale, e della qualità democratica nelle nostre città. La narrazione degli avvenimenti pandemici tendeva a presentare il futuro post-covid come una realtà che avrebbe stravolto routine, relazioni e aspirazioni. Tra le riflessioni sulla condizione inter-pandemica, buona parte delle attenzioni mediatiche si è occupata della questione urbana, sottacendo perlopiù limiti e contraddizioni dei nostri modelli abitativi, per dedicarsi all'oratoria di ipotetiche città del futuro, tutte rigorosamente green, resilienti e sostenibili. Quest'attenzione affatto neutra, si è contrapposta – e si contrappone tutt'ora – alla capacità critica di vedere nella crisi pandemica un momento di detonazione delle iniquità e delle ingiustizie, e con ciò una seria occasione di ripensamento del nostro modo di le città e il mondo.

La fase emergenziale legata alla diffusione del virus ha permesso di evidenziare due criticità per ciò che concerne la risposta alla crisi sanitaria. Un primo aspetto è l'incapacità di risposta adeguata all'emergenza da parte dello Stato-apparato e di «insufficiente attuazione dei diritti sociali» (De Tullio, 2020).. Un secondo aspetto, meno evidente e discusso, riguarda invece la difficoltà nel riconoscere e sostenere le “esperienze collettive solidali” attivatesi su scala locale e iper-locale per arginare l'insufficiente capacità di risposta di Politica e Mercato. Oltre ad organizzare e promuovere pratiche mutuali, erano gli stessi fautori della solidarietà orizzontale – attivisti/e e volontari/e – a porre in evidenza le inadempienze dello Stato alle quali hanno risposto in alcuni casi con un vero e proprio ruolo di supplenza. Spesso, coloro che osteggiavano già da prima della le politiche di riduzione della spesa pubblica e i tagli a diversi servizi essenziali (scuola, sanità, ecc.), erano gli stessi gruppi che durante l'emergenza denunciavano e criticavano l'incapacità gestionale e l'aspetto coercitivo/punitivo con cui andava evolvendosi la gestione della crisi, contrapponendovi la propria prassi solidale. C'è un legame tra la capacità di individuare e denunciare l'inettitudine gestionale delle crisi e le pratiche del protagonismo sociale: questo legame è la postura critica rispetto al Reale e le relative azioni oppositive, rivendicative, affermative e conflittuali che hanno avuto luogo dentro e fuori le città, già prima della pandemia, durante l'emergenza, e che ancora oggi tracciano possibilità alternative per le forme di e di immaginazione civica perseguibili.

I gruppi sociali che si caratterizzano per questa forma di postura critica sono riconducibili a quelle che Alberto Magnaghi definisce come energie da contraddizione,

«Per energie da contraddizione intendo i comportamenti, i conflitti, i movimenti e gli attori sociali, culturali, istituzionali ed economici che promanano dalla reazione alle nuove povertà prodotte dai processi di deterritorializzazione [sintetizzabili] in povertà di qualità ambientale e abitativa (degrado ambientale, precarietà, marginalità prodotte dalla forma metropoli e dai modelli centro-periferici che ne conseguono) e in povertà di identità (prodotte dall'omologazione delle culture, dei modelli di produzione)» (Magnaghi, 2010: 115)

Dalla definizione che Magnaghi offre di energie da contraddizione emergono in maniera evidente sia i connotati autogenerativi delle realtà in opposizione ad un ordine specifico, sia la condizione di povertà di qualità abitativa alla quale rispondono e che ne condiziona di fatto anche la stessa esigenza generativa.

Nonostante “l'imprenditorializzazione” degli immaginari tenda a marginalizzare le spinte cooperative, proprio nelle città, e proprio durante il covid, quest'attitudine ha subito una tendenziale inflessione, lasciando spazio a numerose forme di solidarietà reciproca, con particolare attenzione ai bisogni delle componenti più marginali della popolazione urbana. Per far fronte all'esigenza di accesso a beni e servizi da parte della popolazione più fragile, il distanziamento sociale si è presto scomposto in distanziamento spaziale e prossimità empatica proprio grazie a quei gruppi che autonomamente si sono organizzati per far fronte alle diverse necessità (e che già prima dell'emergenza pandemica offrivano servizi e spazi alle comunità nei relativi contesti urbani). Sono le esperienze di attivismo civico, per via della loro duplice natura – azione localizzata e alternativa politica diffusa –, che durante la pandemia hanno permesso sia di rispondere alle esigenze sia di immaginare futuri urbani alternativi. Le forme dell'attivismo civico, come afferma Carolina Pacchi, sono quelle

«forme di azione collettiva radicate nei contesti locali, animate da complesse costellazioni di attori differenti, che hanno obiettivi di trasformazione degli spazi e dei modi della vita urbana che guardano al breve e al medio periodo, ed esercitano allo stesso tempo la capacità di contribuire a costruire spazi di dibattito plurale e di democrazia locale.» (Pacchi, 2020: 5)

A prescindere da quanto avvenuto durante la parentesi pandemica, la capacità di contrapporsi all'individualismo dimostrata dai tanti soggetti coinvolti in queste pratiche “dal basso”, da queste politiche del quotidiano (Manzini, 2018: 143), assieme alla ridefinizione collaborativa delle volontà, hanno potenziato la costruzione di una certa forma di , di come si vorrebbe che le cose fossero in quanto comunità, non solo in quanto individui. Ezio Manzini descrive il senso civico come la disponibilità individuale delle persone a operare in un quadro di finalità condivise «per la rigenerazione della qualità sociale e fisica del contesto in cui si vive» (Manzini, 2019).

Come già Lefebvre aveva potuto osservare nel 1968, nei vuoti di una società globale lacunosa, – lacune «che talvolta assumono la dimensione di veri e propri abissi» (Lefebvre, 1968) – si aprono le opportunità del possibile. Se da una parte l'arretramento – talvolta azzeramento – del welfare state ha amplificato criticità ed emergenze sociali, dall'altra le esigenze condivise hanno determinato la base materiale attorno alla quale cittadine e cittadini hanno dato origine a iniziative autorganizzate capaci di rispondere nell'immediato ai molti bisogni sia primari che di natura relazionale e ricreativa. Il in questo caso assume una doppia valenza. Ci parla dapprima di un vuoto amministrativo, di welfare, di servizi e opportunità sociali. Il vuoto è però anche la condizione spaziale che permette di organizzare fisicamente quelle iniziative rivendicative e di solidarietà orizzontale. È infatti a partire dai vuoti urbani, dagli spazi di risulta usati provvisoriamente, dalle strutture in stato di abbandono riconvertite, occupate o autogestite, che molte iniziative di solidarietà dal basso si sono organizzate e si organizzano, trovandovi all'interno gli spazi fisici necessari a operare le pratiche per cui i cittadini si mobilitano.

Il senso civico non va però confuso come una naturale inclinazione dell'individuo sociale che abita lo spazio urbano. Anzi, come ricorda ancora una volta Ezio Manzini, tali forme di senso civico nascono in completa contrapposizione con le tendenze dominanti, e sono prodotte «da modi di pensare e di fare che hanno in comune la scelta di collaborare per ottenere risultati positivi, per sé, per la comunità e per la società nel suo insieme» (Manzini, 2019: 26). Nella maggior parte dei casi, le forme della spontaneità sociale, anche quando non lo esplicitano, implicano una dimensione conflittuale che le contrappone alle forze egemoni dell'organizzazione sociale e della produzione culturale delle nostre società. Il è un momento della partecipazione, non un qualcosa che le è incongruo.

Partecipation washing. Contraddizioni delle policy e marginalizzazione partecipativa

Se è vero che «la cittadinanza è […] in primo luogo una relazione sociale, cioè l'elemento che lega tra loro i cittadini attorno a ciò che hanno in comune, o alla ‘cosa pubblica'» (Procacci, 2006: 28), la partecipazione sociale relativa alla gestione, al governo e alla trasformazione del territorio dovrebbe apparire quale pre-condizione irrinunciabile di qualsiasi processo di sviluppo urbano. Purtroppo la “macchina partecipativa” appare invece profondamente contraddittoria e troppo spesso la partecipazione, laddove viene evocata, assume connotati estremamente marginali.

Serve dunque uno sforzo per il riconoscimento delle forme del protagonismo sociale in quanto strumento di pensiero progettante. Il coinvolgimento istituzionale parziale e inconsistente della cittadinanza nei processi di trasformazione urbana si somma all'incapacità di riconoscere e valorizzare le esperienze di protagonismo sociale auto-affermate, nonostante si ostenti invece la narrazione partecipativa dei processi.

«Se, infatti, nella costruzione di strumenti di progettazione e di governo del territorio le istituzioni fanno sempre più ricorso a meccanismi di coinvolgimento delle comunità locali di natura deliberativa, permane tuttavia, paradossalmente, una certa difficoltà delle stesse a costruire politiche e progetti per il territorio strutturati sulla valorizzazione di questo nuovo protagonismo sociale fondato sulle pratiche e i saperi delle comunità locali.» (Cellamare, Rossi, 2019: 265)

Quelle stesse comunità locali che si attivano per contrastare le forme degenerative dell'urbano finiscono per essere troppo spesso represse. Reprimere, opporsi o anche diffidare delle tensioni sociali significa non saper cogliere, apprendere e contrastare gli effetti che le diverse crisi generano nei contesti locali. Ad esempio, sono significative alcune preoccupanti considerazioni avanzate da celebri archistar rispetto alla proiezione degli scenari urbani dopo la pandemia. Stefano Boeri, nel suo ultimo libro Urbania (2021), parla dell'anticipazione del rischio destando alcune preoccupazioni:

«La verità è che il rischio di un'esacerbazione del conflitto sociale metropolitano, di una diffusa esplosione di rivolte urbane, è una reale possibilità nel futuro delle nostre città. Dovremmo dunque chiederci come anticipare questo rischio, riducendo gli effetti drammatici e imprevisti.»

Dalle parole di Boeri emerge chiaramente un timore rispetto al conflitto sociale anziché un'indignazione verso le iniquità e l'ingiustizia ricorrenti. L'architetto si interroga, e interroga il mondo della progettazione, su come anticipare il rischio dell'insorgenza sociale metropolitana, una sorta di preparedness perversa, un'inibizione della rivendicazione emancipativa dei gruppi sociali più fragili. Anziché porre il focus progettuale sul miglioramento delle condizioni di vita nelle città e nelle metropoli, Boeri suggerisce di fatto di progettare preventivamente una strategia di remissività dei gruppi potenzialmente conflittuali, dimostrando come la sua proposta progettuale tenda più all'anestetizzazione delle tensioni sociali piuttosto che all'orientamento verso la produzione di qualità abitativa sostanziale e accessibile.

Fuggire la banalizzazione dei discorsi che investono gli scenari urbani è uno dei primi obiettivi, necessario sia per una seria lettura critica della condizione urbana contemporanea che per un approccio radicalmente trasformativo. Nel faticoso e necessario percorso di costruzione di comunità politiche evolute e mature (Pacchi, 2020: XIII), quello da cui è fondamentale distaccarsi sono l'accondiscendenza acritica, il conformismo sociale e l'atrofizzazione della volontà di prendere parte ai cambiamenti da parte dei cittadini e delle cittadine, ovvero di far valere il proprio e comune[1] Diritto alla Città (Lefebvre, 1968).

La contrapposizione tra le dinamiche tese alla trasformazione radicale e le retoriche falsamente progressiste emerge anche dall'analisi del livello di conflittualità politica proposta. Infatti, le realtà che promuovono e sostengono le forme mutualistiche dal basso, sono in larga parte veri e propri progetti sociali e politici, che oltre a offrire servizi alle comunità dei propri territori portano avanti anche lotte rivendicative e oppositive che sussumono una diversa concezione dell'urbano e delle relative forme di immaginazione e gestione. D'altro canto, è anche vero che talvolta le realtà che si propongono come spazi di tensione rispetto all'ordine sociale, finiscono per essere costrette ad emulare o addirittura replicare le forme convenzionali di offerta e gestione dei luoghi per una questione di sostenibilità interna, rischiando di perdere o quantomeno ridurre significativamente la propria specificità antagonistica (Harvey, 2012: 149). Ciò che in alcuni casi si verifica con l'assoggettamento dei presidi critici alle regole del mercato, è dettato dall'inevitabile necessità d'interazione (Graeber, 2012: 33-34) con i sistemi economici, sociali o politici a loro esterni. Una sorta di costrizione al patteggiamento, funzionale a non creare bolle eremitiche, ma allo stesso tempo una dinamica che in alcuni casi espone le realtà e gli spazi ad un rischio di compromissione della propria vocazione conflittuale.

Il piano della conflittualità politica costituisce la nervatura della partecipazione per irruzione (Blas & Ibarra, 2006), ma non di meno l'efficacia delle reti informali copre le diverse esigenze e aiuta quei soggetti e quelle comunità che necessitano di sostegno senza però che questi debbano necessariamente partecipare ad alcun progetto politico. Si tratta perciò di azioni localizzate e spurie da logiche di tornaconto, che rientrano in progetti di più ampio respiro tesi a una trasformazione politica generale e diffusa.

«La forza di quella che Blas & Ibarra (2006) chiamano la partecipazione per irruzione si è fatta visibile non solo per reagire ad attacchi in grado di indebolire istituzioni e pratiche consolidate di coinvolgimento degli abitanti nelle politiche pubbliche, ma anche per rivendicare ‘altri modi' per cominciare a pensare il futuro post-pandemia in una forma diversa dalla mera ripresa dello status pregresso.» (Allegretti, 2020: 167)

L'inquadramento critico dell'idea di progettazione partecipata permette di distinguere tra una partecipazione civica sincera e spontanea, fondata su esigenze effettive e condivise, che si contrappone a una sorta di partecipazione selettiva, in cui l'inclusione decisionale del cittadino è stabilita a partire da un'affinità di intenti con i soggetti detrattori degli interventi. Questa partecipazione, seppur “selettiva”, diventa comunque corredo legittimante per l'imposizione di policy e progetti “partecipati” di trasformazione urbana. In questo senso, si parla di “partecipation-washing”. Nella nostra società cosmetica, proprio come accade per quello che riguarda le retoriche ecologiche di facciata col greenwashing, simili argomentazioni servono a lavare via il cinismo sotteso a programmi che non sempre sono determinati da ambizioni etiche. Ecco perché l'ostentazione retorica investe anche quelli che vengono presentati come “processi partecipativi”, producendo così forme di “partecipation washing”.

Le pratiche bottom-up non cercano di riprodurre gli schemi della democrazia rappresentativa (Giglioni, 2020), ma lavorando su un contesto locale possono direttamente sperimentare forme collaborative di governance innovativa di spazi e progetti a democrazia diretta, o meglio, a democrazia immediata, che non ha bisogno di mediazioni ed è immediatamente messa in atto.

L'intermediazione delle volontà, carattere tipico delle strutture a democrazia rappresentativa e quindi anche delle forme di governo urbano e territoriale, consente la possibilità di sviluppare margini interpretativi delle istanze dei cittadini, e dunque di selezionare quelle istanze cui rispondere, ridefinendo di volta in volta le priorità, in base alle diverse agende amministrative. Il limite e il problema di molti progetti, sia pubblici che privati, che invocano la partecipazione sociale, è proprio il fatto che vengono applicati una serie di filtri nella selezione del “partecipatore”, poiché i pochi progetti per i quali si organizzano tavoli di discussione e co-progettazione quasi sempre coinvolgono porzioni ridotte di cittadinanza e lavorano su parti decisamente minoritarie degli interventi complessivi.

Le forme di innovazione sociale dal basso, per via del proprio carattere autogenerativo, da una parte offrono spunti per l'evoluzione delle forme di progettazione e governance delle città, catalizzando interessi e attenzioni da parte della Ricerca (Pacchi, 2020: 3); dall'altra intimoriscono le forme istituzionali ed economiche del potere centralizzato, che da sempre stabilisce le modalità di governo dell'urbano. Questa sorta di diffidenza amministrativa nei confronti delle spinte autonome all'interno delle città, confermata anche durante la parentesi pandemica, rischia non solo di soffocare nella burocrazia e nei vincoli normativi le stesse iniziative, ma di disincentivare anche altri tentativi di attivazione sociale. È d'altro canto vero che però, a fronte dei principi di orizzontalità posti in essere da parte delle realtà definite come a “democrazia immediata”, si contrappone il limite affatto irrilevante della difficile replicabilità di simili forme di governance ad una scala metropolitana o addirittura globale (Harvey, 2012: 151).

Finché il protagonismo sociale che vive nelle forme del conflitto non sarà riconosciuto come forma di partecipazione da abilitare e con la quale fare i conti, i processi urbani che inventano interlocuzioni presunte partecipative con la cittadinanza, continueranno a essere biechi tentativi di una nemmeno troppo celata pedagogia del consenso. Non a caso, Francesca Bria e Evgeny Morozov, nella loro critica alla concezione corrente di Smart City, mettono in guardia rispetto ad una preoccupante conciliazione del “cittadino intelligente” col pacchetto ideologico neoliberista (F. Bria, E. Morozov, 2018: 9). D'altronde, è evidente come i programmi di sviluppo urbano e infrastrutturazione digitale delle città siano orientati da una parte all'introduzione ipertrofica di dispositivi tecnologici, fisici e normativi strumentali al controllo, alla competitività e al disciplinamento delle relazioni sociali – ovvero dei modi di abitare le città – e dall'altra all'atrofizzazione della conflittualità.

In sinesi, possiamo affermare che se la ricchezza sociale dei territori è fatta di «risorse relazionali e organizzative diffuse nell'ambito della società civile (come forma di capitale sociale presente nella società) che prendono forma da energie individuali (singoli cittadini) ma soprattutto collettive o associative» (Procacci, 2006: 30). Le comunità locali, per quanto riguarda quei processi che ambiscono ad una partecipazione davvero coinvolgente e radicale, non sono solo strategiche nell'individuazione delle criticità e nella definizione delle soluzioni da mettere in atto, ma sono anche e soprattutto decisive per la possibilità stessa di attivazione di tali processi.

Costruire immaginari: conflitto e Diritto alla Città

Se nelle città sono sempre più frequenti le esperienze in conflitto con i modelli egemoni, probabilmente è perché la postura sociale della concorrenza, che domina la concezione e la gestione della nostra società a trazione neoliberista, «è assolutamente incapace di rappresentare e persino di pensare le nostre interrelazioni e le nostre interdipendenze e quindi le nostre necessità di solidarietà, di legami e di aiuto reciproco» (R. Baur, V. Baur, 2019: 243). Infatti,

“Il capitalismo neoliberista ‘mette al lavoro' tutta la città trasformandola in un sistema complessivo per la produzione di ricchezza, condizionando fortemente i comportamenti personali e sociali, anche attraverso un'influenza crescente sugli immaginari sociali” (Cellamare, 2019: 7).

La codificazione delle pratiche, delle estetiche, e delle funzioni della città contemporanea, di quelle città dall'ambizione Smart, è quanto di più lesivo della possibilità di mettere in pratica relazioni sociali feconde, strumentali alla creazione di nuovi immaginari sociali, ovvero di nuove volontà e di diverse ambizioni collettive. Ciò di cui necessita una città che ambisce ad una reale intelligenza è una sorta di neutralità spazio-comportamentale, che alla replicazione e alla ridondanza delle forme e delle convenzioni relazionali, sostituisca momenti civico-generativi. Si tratta di innovare, anche attraverso interventi sperimentali, le forme e i modi della creatività, della socialità, delle relazioni, della crescita culturale e del confronto politico. Si tratta di mettere a terra una “Città-Critica” (Brunello, 2020, 2021).

David Harvey, in Città Ribelli, parla dei tre assi sui quali orientare la traiettoria della costruzione di alternative urbane praticabili. Il primo punto riguarda la necessità di contrastare l'impoverimento materiale delle popolazioni e di costruire fronti di lotta che contrastino le iniquità e le ingiustizie sociali. Il secondo è legato ad una reale attenzione ecologica in opposizione al crescente degrado ambientale. Il terzo, quello a nostro avviso centrale per ciò che riguarda la partecipazione sociale in ambito urbano e senza il quale peraltro non possono sussistere i primi due, relativo alla «comprensione storica e teorica dell'inevitabile traiettoria della crescita capitalistica». (Harvey, 2012: 154) Si tratta di una forma di resistenza culturale, capace di creare coscienze collettive critiche e conflittuali diffuse nei territori, in grado di ridefinire ambizioni e volontà comunitarie e che permetta la ri-creazione di quella “capacity to aspire” (Appadurai, 2014) imprescindibile per la costruzione di immaginari sociali altri. In ambito urbano, si tratta dell'attuazione di quel “Droit a la Ville” di cui sono titolari coloro che producono e riproducono la città, i cittadini e le cittadine, ovvero la capacità di pretesa collettiva di decidere non solo quanto “urbano” produrre, ma anche e soprattutto «quale tipo di dimensione urbana debba essere prodotta, e dove e come produrla». (Harvey, 2012: 164)

Lefebvre posiziona di fatto il Diritto alla Città – quale forma superiore dei diritti[2] – in corrispondenza del passaggio teorizzato da Marx dal Regno della Necessità (potenzialmente superabile con l'accessibilità ai beni e ai servizi essenziali permesso dall'organizzazione urbana), al Regno delle Libertà, in cui rientrano quei diritti specifici che vanno oltre la pura sopravvivenza, oltre la “nuda vita”, e che dovrebbero definire la qualità della vita e della convivenza umana sulla Terra.

Per questo motivo praticare conflittualità urbane mettendo in discussione un dato ordine significa “partecipare” all'immaginazione di un diverso modo di fare e intendere la Città, e per ciò le forme e i momenti del conflitto urbano indicano sia la rivendicazione che il tentativo di traduzione in prassi del Diritto alla Città.

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Note

  1. Abbiamo sottolineato i termini «proprio» e «comune» poiché il Diritto alla Città associa la dimensione individuale e quella collettiva. Ezio Manzini descrive questa convergenza tra soggettività individuali e collettive come una sorta di efficienza progettuale: «In definitiva, si verifica che il massimo dell'autonomia, in termini di progetto individuale, si ottiene quando si accetta di intrecciarlo con quello di altri. Cioè quando si collabora. Ne deriva una forte correlazione tra autonomia e collaborazione: al crescere dell'una, cresce anche l'altra, e viceversa.» (Manzini, 2018: 88)

  2. Lefebvre parla del “Diritto alla città”, descrivendolo “come forma superiore dei diritti, come diritto alla libertà, all'individualizzazione e alla socializzazione, all'habitat e all'abitare. Il diritto all'opera (all'attività partecipante) e il diritto alla fruizione (ben diverso dal diritto alla proprietà) sono impliciti al diritto alla città.” Sempre secondo l'autore “I bisogni sociali hanno un fondamento antropologico; opposti e complementari, comprendono i bisogni di sicurezza e di apertura, di certezza e di avventura, di organizzazione del lavoro e di divertimento, di prevedibilità e d'imprevisto, di unità e di differenza, di isolamento e di incontro, di scambio e investimenti, di indipendenza (o anche di solitudine) e di comunicazione, di immediatezza e di prospettiva a lungo termine.” Questa interpretazione del Diritto alla Città determina l'esigenza di uno spazio urbano che garantisca la convivenza di libertà distinte e complementari.

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